Le ultime due settimane passate a letto con l’influenza suina sono state un’occasione per meditare sul mio futuro. Sento dentro di me di avere superato la fase poetica e di avere raggiunto una maturità artistica che mi permette di cimentarmi con la prosa: ho cominciato a scrivere il mio primo romanzo. Dal titolo traspare la profondità dei temi trattati e la scelta di utilizzare un’approccio stilistico sincretico. Cerneglons 2012: la fine del calendario Maya è un’opera estremamente complessa che lascerà il segno nella letteratura friulana. Quale migliore occasione per sottoporre a uno scrittore e drammaturgo del calibro di Carlo Tolazzi l’incipit di questa mia perla letteraria?
Ovviamente mio padre – il Cavaliere Lisandri Codut – non mi ha permesso di terminare la lettura, troncandola con la sua arrogante cialtronaggine con la sua consueta impulsività. Mi ha molto rincuorato il commento di Tolazzi, che con molto stile ha avanzato dubbi sulla fatto che io sia veramente figlio di Lisandri. Si è senz’altro trattato di un modo fine e elegante di fare capire a mio padre che le mie aspirazioni interiori sono di un livello ben più elevato delle sue, e che la mia strada si allontanerà di molto dalla sua sua, in un spero prossimo futuro. Ovviamente Lisandri non ha colto il messaggio, arroccato come è nella suo universo puntiforme e autoreferenziale. Sono estremamente grato a Carlo, che mi ha dato una forte carica interiore per superare la mia attuale condizione di artista incompreso. Posto di seguito l’incipit del mio romanzo Cerneglons 2012: la fine del calendario Maya. Fatemi sapere cosa ne pensate.
Buio. Silenzio. Mi giro di scatto. Il nulla mi guarda. Perchè? Perchè? Non lo so. Procedo. Il cancelletto di lega ramata – sì bello a vedersi in quanto finemente cesellato da mani artigiane di provata esperienza – permetteva al mio placido sguardo di indugiare sui barocchi ghirigori astratti che lo impreziosivano con rara nobiltà. Peccato per la brezza notturna che lo faceva cigolare fragorosamente sui suoi piccoli cardini argentei, disposti radialmente rispetto al piano di calpestio dell’ameno viottolo compagno del mio notturno errare. Silenzio. Ancora silenzio. Sempre silenzio. Chi sono? Dove vado? Perchè? Perchè? Troppe domande. Nessuna risposta. Proseguo il mio flemmatico, incongruo errare nella ignota remota plaga notturna friulana.
Improvviso, un atroce tintinnio mi perfora i timpani. Di nuovo il silenzio. La mia anima urla. Mi giro. Mi rigiro circospetto. Mi guardo le mani. Una placida estensione di solchi meravigliosamente incastonati sul mio palmo intonso, intrecciati a formare una mirabile fantasia caleidoscopica nella quale mi perdo. Sudo. Un sorcio attraversa la mia strada squittendo. Paura. Pura paura. Rido. Odore di capra. Odore di zolfo. Non rido più. E ora? Altro odore. Vicino a me? Dentro di me? Oltre.
